Tè verde: definizione, lavorazione, proprietà, polifenoli

Che cos’è il tè verde?

Il tè verde è un infuso di foglie lavorate della pianta del tè, Camellia sinensis, membro della famiglia delle Theaceae.
E’ la bevanda più consumata in Asia, Cina e Giappone in particolare; solo negli ultimi anni, grazie ai suoi effetti benefici sulla salute, sta guadagnando l’attenzione delle popolazioni occidentali, dove il tè consumato con maggior frequenza è quello nero.
Attualmente a livello mondiale il tè verde rappresenta il 20% del mercato del tè.

Lavorazione e proprietà del tè verde

Come tutti gli altri tipi di tè, viene prodotto a partire dalle foglie fresche di Camellia sinensis.
Le proprietà peculiari della bevanda derivano dal tipo di lavorazione che subiscono le foglie, lavorazione che riduce al minimo i processi ossidativi, sia enzimatici che chimici, a carico delle sostanze in esse contenute, in particolare le catechine.
Dunque, tra i differenti tipi di tè esistenti, il tè verde è quello che durante la lavorazione subisce la minore ossidazione.
Al termine della lavorazione le foglie del tè, avendo subito modificazioni chimiche poco significative, mantengono il loro colore verde. L’infuso sarà di colore giallo oro.
Infine, la lavorazione delle foglie assicura che il sapore del tè verde sarà più delicato e leggero di quello del tè nero.

Le tre fasi principali nella lavorazione delle foglie del tè

Dopo la raccolta, le foglie sono esposte al sole per 2-3 ore e fatte appassire/asciugare. Di seguito, la lavorazione vera e propria procede attraverso tre fasi principali:

  • trattamento termico;
  • arrotolamento;
  • essicazione.

Trattamento termico

Il trattamento termico, breve e delicato, è il passaggio cruciale per la qualità e le proprietà finali della bevanda.
Può essere effettuato sia con il vapore (metodo tradizionale giapponese), che mediante cottura a secco in pentole calde (dei grandi wok, il metodo tradizionale cinese), una sorta di torrefazione.
Il trattamento termico ha lo scopo di:

  • inattivare gli enzimi presenti nei tessuti delle foglie, bloccando quindi i processi di ossidazione enzimatica, in particolare quelli a carico dei polifenoli;
  • eliminare l’odore d’erba, facendo così risaltare quello del tè;
  • far evaporare, nel caso della torrefazione, parte dell’acqua della foglia (l’acqua costituisce circa il 75% del peso della foglia), rendendola più morbida, così da facilitare il passaggio successivo.

Arrotolamento

Al trattamento termico delle foglie segue una fase di arrotolamento che ha lo scopo di:

  • facilitare la fase successiva di essiccamento;
  • distruggere il tessuto fogliare per favorire, in seguito, il rilascio degli aromi della foglia, migliorando così la qualità del prodotto.

Essiccazione

L’ultima fase è quella dell’essiccazione, che comporta anche la formazione di nuovi composti e migliora l’aspetto del prodotto.

I polifenoli del tè verde

tè verde
EGCG

Tutti i tipi di tè sono ricchi in polifenoli, molecole presenti anche nella frutta, nella verdura, nell’olio extravergine di oliva e nel vino rosso.
Le foglie fresche di Camellia sinensis sono ricche in polifenoli solubili in acqua, in particolare catechine (o flavanoli) e catechine glicosilate (entrambe appartenenti alla classe dei flavonoidi), molecole cui si ritiene siano dovuti gli effetti benefici che tradizionalmente si attribuiscono alla bevanda.
Le principali catechine presenti sono epigallocatechina-3-gallato (EGCG), epigallocatechina, epicatechina-3-gallato, epicatechina, ma si ritrovano anche catechina, gallocatechina, catechina gallato e gallocatechina gallato, sebbene in quantità minore. Questi polifenoli rappresentano il 30-42% del peso secco della foglia (ma solo il 3-10% del residuo secco nel tè nero).
La caffeina rappresenta circa il 3% (con variazioni dall’1,4 al 4,5%) del peso secco della foglia.

Assorbimento delle catechine e limone

Studi condotti in vitro hanno messo in evidenza il grande potere antiossidante delle catechine, maggiore rispetto a quello della vitamina C e della vitamina E. In vitro, la EGCG è generalmente considerata la catechina biologicamente più attiva.
Studi in vivo e diversi studi epidemiologici hanno evidenziato i possibili effetti preventivi delle catechine del tè verde, in particolare della EGCG, nel prevenire lo sviluppo di malattie cardiovascolari, come l’ipertensione e ictus, e alcuni tipi di cancro, come il cancro del polmone (ma non tra i fumatori), e tumori del cavo orale e del tratto digestivo.
Per queste ragioni è essenziale massimizzarne l’assorbimento intestinale.
Le catechine sono molecole stabili in ambiente acido, ma non in ambiente non acido, come quello dell’intestino a valle dello stomaco; al termine della digestione ne rimangono intatte meno del 20% del totale.
Studi condotti con modelli di tubo digerente di ratto e di uomo, modelli che simulano la digestione nello stomaco e nel piccolo intestino, hanno evidenziato che l’aggiunta al tè verde di succo di agrumi o vitamina C aumenta in modo significativo l’assorbimento delle catechine.
Tra i succhi di agrumi testati nell’esperimento, il migliore è risultato il succo di limone, seguito dal succo di arancia, lime e pompelmo. I succhi di agrumi sembrano avere un effetto stabilizzante sulle catechine che va oltre quello che si potrebbe predire sulla base del loro contenuto in vitamina C.

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Sodio: pressione arteriosa, fabbisogno, alimenti

Sodio e pressione arteriosa

Un elevata assunzione di sodio (Na+), di cui la principale fonte è il sale da cucina o cloruro di sodio, NaCl) contribuisce ad aumentare la pressione arteriosa e allo sviluppo dell’ipertensione; ciò è supportato da molti studi epidemiologici, su animali, di migrazione delle popolazioni, e meta-analisi di studi, con la “prova finale” derivante da studi accuratamente controllati dose-risposta. Inoltre, nelle società primitive , dove l’apporto di Na+è molto basso, i soggetti raramente vanno incontro ad ipertensione, e con l’avanzare dell’età non si verifica l’aumento della pressione arteriosa.
Probabilmente le dimensioni dell’effetto della sua assunzione sulla pressione arteriosa sono sottostimate.

Consumo raccomandato

Il fabbisogno giornaliero del minerale è molto basso; infatti la quantità minima richiesta dall’uomo per il mantenimento della vita è di 250 mg/die (Nota: il sale iodato è un’importante fonte alimentare di iodio in tutto il mondo).
L’americano medio consuma Na+ in grande eccesso rispetto alle richieste fisiologiche; nonostante le linee guida pubblicate dal Departments of Agriculture and Health and Human Services, nel periodo compreso tra il 2005 ed il 2006 l’apporto medio di sale negli USA è stato di 10,4 g/die per l’uomo e 7,3 g/die per la donna, una quantità superiore rispetto agli anni precedenti.
Uno studio pubblicato a febbraio 2010 su “The New England Journal of Medicine” ha mostrato che “una riduzione di 3 g/die dell’apporto di sale (1200 mg di Na+/die) che coinvolga un’ampia fascia di popolazione dovrebbe ridurre il numero annuale di nuovi casi di malattia cardiovascolare di 60000/120000, di ictus di 32000/66000, di infarto del miocardio di 54000/99000 e ridurre il numero annuale di morti per qualsiasi causa di 44000/92000″ (Bibbins-Domingo et all., vedi Bibliografia).
Questi benefici, simili in ampiezza a quelli ottenibili da:

  • una riduzione del 50% del consumo di tabacco;
  • una riduzione del 5% dell’indice di massa corporea (BMI, acronimo dell’ingles Body Mass Index) negli adulti obesi;
  • una riduzione dei livelli di colesterolo.

Questi benefici riguardano tutte le fasce d’età adulta, i neri e i non neri, ed entrambe i sessi. I benefici per i neri sono maggiori rispetto a quelli per i non neri, in entrambe i sessi e in tutte le fasce d’età adulta. E’ stato stimato un risparmio annuale nelle spese sanitarie oscillante tra i 10 ed i 24 miliardi di dollari.
Studi clinici hanno anche documentato che una ridotta assunzione di sodio è in grado di abbassare la pressione arteriosa in un quadro di assunzione di farmaci antipertensivi, e può facilitare il controllo dell’ipertensione stessa.
Nonostante ciò il suo consumo negli USA è in aumento!
Pertanto si raccomanda, per prevenire lo sviluppo dell’ipertensione, una riduzione del suo apporto e, in ragione degli alimenti a disposizione e dell’elevato consumo corrente, una raccomandazione ragionevole può essere di porre come limite superiore 2,3 g/die (5,8 g/die di sale).
Come raggiungere questo livello?
Può essere raggiunto:

  • usando meno sale possibile durante la preparazione dei cibi;
  • evitando di aggiungerlo una volta che i cibi sono in tavola;
  • limitando i cibi trasformati molto salati.

Alimenti ricchi di sodio

Sodio
Saliera

Esse includono:

  • il sale utilizzato a tavola: rappresenta fino al 20% dell’apporto giornaliero;
  • il sale o i composti del sodio aggiunti durante la preparazione o la trasformazione dei cibi: tra il 35 e 80% del sodio assunto giornalmente proviene dai cibi trasformati.
    Che cibi sono?
    Carne e pesce trasformati, affumicati o sotto sale quali affettati, salsicce, salumi, tonno sott’olio ecc; estratti di carne e salse, snack salati, salsa di soia, salsa piccante, salse industriali pronte; alimenti preconfezionati surgelati; minestre in scatola, legumi in scatola, formaggi soprattutto a lunga stagionatura ecc.
    Ci sono anche molti additivi alimentari che contengono il minerale quali il fosfato disodico (ad es. nei cereali, gelati, formaggi), il glutammato monosodico (es. nella carne, minestre, condimenti), il sodio alginato (es. nei gelati), il sodio benzoato (es. nei succhi di frutta), il sodio idrossido (es. nei salatini e nei prodotti con cacao), il sodio propinato (es. nel pane), il sodio solfito (es. nella frutta secca), il sodio pectinato (es. negli sciroppi, gelati, marmellate), il sodio caseinato (es. nei gelati ed in altri prodotti surgelati), il sodio bicarbonato (es. nel lievito in polvere, zuppa di pomodoro, confetture).
    Quindi attenzione agli ingredienti!
  • Il sodio naturalmente presente negli alimenti. In genere basso negli alimenti freschi.

La risposta pressoria alla riduzione dell’apporto dietetico di Na+ è eterogenea, con gradi minori o maggiori a seconda degli individui. Di solito l’effetto della riduzione tende ad essere maggiore nei neri, nelle persone di mezza età e negli anziani, e nei soggetti con ipertensione, diabete e malattia renale cronica.
Inoltre la risposta a tale riduzione è influenzata da fattori sia genetici che dietetici.

Dieta e risposta pressoria al sodio

Alcuni componenti della dieta possono modificare la risposta pressoria al sodio.

  • Un elevato apporto dietetico di cibi ricchi di potassio e calcio, quindi frutta, verdura, legumi (ad es. la Dieta Mediterranea) e latticini magri (ad es. la dieta DASH) può prevenire o attenuare l’aumento della pressione a seguito di un dato aumento dell’apporto di Na+.
  • Alcuni dati, osservati principalmente in modelli animali, suggeriscono che una elevata assunzione di saccarosio potrebbe potenziare la sensibilità della pressione sanguigna verso sodio.

Nota: elevati apporti di Na+ possono contribuire allo sviluppo dell’osteoporosi: determinano infatti un aumento dell’escrezione renale di calcio, in modo particolare se l’assunzione giornaliera di calcio è bassa.

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Antocianine: alimenti, assorbimento, microbiota del colon

INDICE

Antocianine nei cibi

AntocianineInsieme con le catechine e le proantocianidine, le antocianine o  antociani ed i loro prodotti di ossidazione sono i flavonoidi più abbondanti nella dieta umana. Le antocianine si ritrovano:

  • in certe varietà di cereali pigmentati, come il riso nero o il mais viola;
  • in alcune verdure a foglia e a radice come melanzane, cavoli rossi, cipolle rosse e ravanelli, nei fagioli;
  • ma soprattutto nella frutta rossa.

Anche nel vino rosso sono presenti antociani (200-350 mg/L) che, nel corso dell’invecchiamento del vino stesso, sono trasformate in varie molecole complesse. Il contenuto nei cibi è generalmente proporzionale all’intensità del colore del frutto o verdura: aumenta nel corso della maturazione e raggiunge valori fino a 2-4 g/kg di peso fresco nel ribes nero e mirtilli rossi americani (cranberries). Questi polifenoli si trovano principalmente nella buccia, tranne che in certi tipi di frutta rossa, come ciliegie e frutti di bosco rossi (ad es. le fragole), dove sono presenti sia nella buccia che nella polpa. Gli antociani più comuni nei cibi sono i glicosidi della cianidina.

Antocianine nella frutta

  • I frutti di bosco sono la principale fonte di antocianine, con valori variabili tra 66,8 e 947,5 mg/100 g di peso fresco.
  • Altri frutti, come l’uva rossa, le ciliegie e le prugne hanno contenuti variabili tra 2 e 150 mg/100 g di peso fresco.
  • Infine in frutti come pesche, nettarine ed alcuni tipi di pere e mele sono scarsamente presenti, con un contenuto inferiori a 10 mg/100 g peso fresco.

Il mirtillo rosso americano (cranberry), oltre ad avere un contenuto notevolmente elevato di antociani, è uno dei rari alimenti che contiene glicosidi delle sei antocianidine più comunemente trovate nei cibi: cianidina, peonidina, malvidina, pelargonidina, delfinidina, e petunidina. Gli antociani predominanti sono i 3-O-galattosidi e 3-O-arabinosidi della cianidina e peonidina; sono stati rilevati un totale di 13 antociani, principalmente in forma di 3-O-monoglicosi.

Assorbimento intestinale

Fino a poco tempo fa si riteneva che gli antociani, insieme alle proantocianidine e ai derivati dell’acido gallico delle catechine, fossero i polifenoli meno ben assorbiti dall’intestino, con un tempo di comparsa nel plasma coerente con l’assorbimento sia nello stomaco che nell’intestino tenue. In realtà, alcuni studi hanno rivelato che la loro biodisponibilità è stata sottovalutata dal momento che tutti i loro metaboliti potrebbero non essere ancora stati identificati. A questo riguardo va sottolineato che solo una piccola parte delle antocianine presenti negli alimenti è assorbita come tale o come prodotti di idrolisi in cui lo zucchero è stato rimosso. Quindi, una grande quantità di questi polifenoli ingeriti entra nel colon, dove possono anche subire reazioni di glucuronidazione, solfatazione, metilazione ed ossidazione.

Antocianine e microbiota del colon

Gli studi che esaminano il metabolismo degli antociani da parte del microbiota del colon sono pochi. Entro due ore sembra che tutti siano privati della loro componente zuccherina, liberando quindi antocianidine. Le antocianidine sono molecole chimicamente instabili nel pH neutro del colon che possono essere metabolizzate dalla microflora del colon o semplicemente essere degradate chimicamente con produzione di una serie di nuove molecole non ancora completamente identificate ma che comprendono acidi fenolici come:

  • acido gallico;
  • acido protocatecuico;
  • acido siringico;
  • acido vanillico;
  • floroglucinolo (1,3,5-triidrossibenzene).

Queste molecole, grazie alla loro maggiore stabilità sia chimica che microbica, potrebbero essere le principali responsabili delle attività antiossidanti e degli altri effetti fisiologici osservati in vivo ed attribuiti agli antociani.

Bibliografia

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